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Gay & Bisex

11. Rientro e compare Luigi


di Marco88bi
28.01.2026    |    5.758    |    4 9.4
"
 Mi dà un colpo leggero sulla spalla, mi augura la buona notte con un mezzo sorriso e esce dal bagno..."
Sono arrivato dagli zii in tarda mattinata e, senza farmi troppe domande, li ho trovati felici di vedermi. Non è la prima volta che, sotto esame, passo qualche giorno da loro, e non si sorprendono più di tanto. Mi accolgono con un caffè e due baci sulle guance, come se fossi partito il giorno prima.

Ne approfitto per disintossicarmi un po’ e concentrarmi sullo studio. Archivio o silenzio le chat scomode, metto il telefono in modalità non disturbare per ore intere, mi concentro solo su me stesso. L’unica persona che sento regolarmente è la mia ragazza, contiamo i giorni che mancano a rivederci.

Un paio di volte i miei coinquilini, sia Luca che Marco, cercano di chiamarmi. Vedo le notifiche lampeggiare, ma non rispondo. Lasciano anche qualche messaggio vocale che non ascolto.

Dopo qualche giorno di alimentazione sana e otto ore di sonno filate a notte, mi sento rigenerato. Dalla mia pelle è sbiadita anche la scritta che sembrava indelebile. Proprio la sera però in cui, chiacchierando con lo zio sul divano davanti a una tisana, mi sembrava di essere tornato alla normalità, mi sveglio di notte sudato, eccitato, sporco.

Un sogno vivido, frammenti di corpi, mani sconosciute, uccelli duri che sfregano, che mi riportano all’improvviso indietro bruscamente. Il mio cazzo è duro, tira nelle mutande fino a far male. Prendo il telefono: ho voglia, ho bisogno. Lo schermo si illumina, ma non posso cedere, non ora. Lo giro a schermo in giù e lo infilo sotto il cuscino, schiacciandolo con la testa.

Mi metto a pancia in giù, premo la faccia sul cuscino e muovo lentamente il bacino sul materasso, che cigola appena sotto il mio peso. Con gli occhi chiusi, varie immagini mi passano davanti e la mia cappella striscia sulle lenzuola leggermente ruvide, lasciando una scia umida. Penso al pomo d’Adamo di Alessandro che saliva e scende mentre deglutiva, alle sue mani grandi. Le immagino tra i miei capelli, che mi premono la faccia in giù, non contro il cuscino, ma in mezzo alle sue gambe, sul suo pacco ingombrante che odora di lui.
Sborro caldo sulle lenzuola, un fiotto lungo che mi bagna l’addome e il tessuto. Provo vergogna subito dopo, mentre il respiro rallenta.

La voglia è tornata e persiste tutto il giorno seguente, un formicolio costante tra le gambe, ma mi distraggo con lo studio. Il giorno dopo ancora torno in città e mi presento direttamente all’esame. Sono tra gli ultimi della giornata; quando finalmente arriva il mio turno, sono già contento che l’attesa sia finita, a prescindere dal risultato. L’esame va bene, meglio di quanto mi aspettassi. Dopo un aperitivo veloce con alcuni compagni di corso, prendo il tram verso casa.

Quando entro, mi sembra passata una vita e mi sembra diversa, anche perché c’è ancora più casino del solito. Mi accolgono festeggianti entrambi i coinquilini, che hanno finito gli esami, mi abbracciano, mi chiedono dove cazzo fossi finito.

Noto subito la presenza di uno sconosciuto, mai visto nella nostra cerchia di amici allargata. Mi viene presentato come Luigi, il fratello di Marco. Per qualche casino è stato sbattuto fuori di casa a Milano e ora sta qualche giorno da noi. Alto, moro, riccio spettinato. Indossa stivaletti di pelle nera nonostante il caldo, pantaloni corti di jeans che gli arrivano sopra il ginocchio, e una maglietta di un gruppo musicale corta sulle maniche e sulla scollatura larga, che lascia intravedere un tatuaggio enorme, linee nere fitte, che gli copre il pettorale sinistro e parte del braccio. Si presenta senza dire molto, solo un «Ciao» secco, ma mi guarda a lungo negli occhi con quei suoi occhi verdi chiari, accenna un sorriso lento e poi torna a girarsi una sigaretta con calma.

Mi spiegano che ha dormito nel mio letto negli ultimi giorni, perché io non c’ero. Hanno provato a informarmi, ma non ho risposto al telefono. Pazienza, penso. In quel momento non ci trovo nulla di male.

Mi distraggo con la convivialità del momento e passo molto tempo con Luca. Gli chiedo della sua amica; davanti a tutti lui dice che è durata poco, è tornata a Bologna.
«Peccato,» aggiunge ridendo, «il mio uccello ha già fame di nuovo.»

Ridono tutti. Lui conclude la frase guardandomi, apparentemente per caso, un’occhiata rapida ma diretta. Lo sguardo di Luigi sembra incrociare il nostro per un secondo. Arrossisco e giro lo sguardo altrove. Un caso, penso.

A fine serata Luigi si sistema sul divano a dormire, dopo aver recuperato le sue cose dalla mia stanza. Marco va nella sua stanza, mentre Io e Luca andiamo a lavarci i denti insieme.

Entrati in bagno, Luca ne approfitta subito, si abbassa i boxer e mi mostra il suo uccello barzotto, già mezzo gonfio. Lo prendo in mano e comincio a segarlo piano. Mi è mancato, lo desideravo. Con l’altra mano continuo a spazzolarmi i denti. Diventa durissimo in fretta, la vena sul dorso si gonfia, sbava dalla punta un filo trasparente che mi cola sulle dita.
Lui posa lo spazzolino, afferra la maniglia del bagno e la blocca con forza, nel caso qualcuno entrasse. Mi fa cenno di abbassarmi; io appoggio le labbra sulla cappella calda. Mi allontana un attimo, sussurrando rauco: «Il dentifricio alla menta brucia.» Subito dopo però mi rispinge sul cazzo.

Lo faccio entrare in bocca e comincio a succhiarlo, facendo più silenzio possibile. Con la mano libera mi accompagna la testa; io scorro le labbra sul suo cazzone duro fino alla radice, sentendo i peli pubici che mi pizzicano il naso. Tiro indietro la testa, soffocando un colpo di tosse: la saliva mi cola sul mento e sul collo.
Sussurro piano: «Fai veloce, se no ci scoprono.»


Lui fa solo un cenno di assenso e mi indica di premere io la maniglia al suo posto. Poi mi prende la testa con entrambe le mani e comincia a darsi il ritmo da solo. Io tengo solo le labbra strette; lui scorre a suo gusto nella mia bocca calda, scopandomela piano ma deciso.
Il suo uccello comincia presto a pulsare forte. Senza fermarsi aumenta il ritmo. All’ultimo cerca di toglierlo, ma io lo fermo stringendo le mani sui suoi fianchi. Lo tengo dentro. Accolgo i suoi schizzi in gola, densi e caldi, uno dopo l’altro.
Mi guarda affascinato mentre se lo rimette nei boxer, ancora lucido di saliva. Io mi rialzo con la bocca piena di sborra. Lo vedo osservare il mio pacco: i pantaloncini sono bagnati davanti. Sono venuto senza toccarmi, solo per la pressione e la tensione.
Vorrei ingoiare il suo seme o almeno gustarmelo ancora un po', ma temo di venire giudicato, anche solo da me stesso. Così lo faccio colare piano nel water e tiro l’acqua.
 Mi dà un colpo leggero sulla spalla, mi augura la buona notte con un mezzo sorriso e esce dal bagno.

Mi pulisco la bocca e il mento con l’acqua fredda, mi sciacquo la faccia. Esco anch’io.

Luigi è sdraiato sul divano, dando le spalle alla stanza. I suoi stivaletti di pelle sono a terra vicino al bracciolo; i grossi piedi nudi, con le piante un po’ annerite, sporgono oltre il bordo del divano.

Entro in camera. Il letto è sgualcito da un corpo non mio. Mi siedo sul bordo e mi rilasso qualche secondo respirando profondamente. Giornata stancante, penso. Fisso davanti a me e noto che lo zainetto con le mie cose, che avevo nascosto prima di partire, ora è in bella vista vicino all’armadio.

Il cuore comincia a galoppare.
Non l’avevo lasciato così…
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